Tutta colpa dei migranti? Intanto a Febbraio l’indice Morti e Dispersi verso l’Italia sale al 57%.

Non si può nascondere quanto sia “dominante” nel panorama mediatico la questione “immigrazione”. Il problema c’è, ma al netto del drastico calo dei flussi migratori verso l’Italia la questione sembra aver assunto i contorni, più che della giusta e necessaria battaglia di civiltà per l’affermazione del diritto fondamentale alla sopravvivenza, dell’emergenza nazionale.
Dinanzi alla vera emergenza, quella socioeconomica, l’immigrazione ne rappresenta, purtroppo, un tragico palliativo, uno specchio per le allodole. Forse un tragico elemento di distrazione della moltitudine dai problemi riguardanti la quotidianità del proprio vissuto e l’assenza di certezze sul proprio futuro.  Riguardo a quanto accade in mare è ancor più preoccupante sapere che probabilmente qualche essere umano in più lungo la rotta del Mediterraneo centrale avrebbe avuto salva la vita se avessimo assistito a politiche, interne ed economiche, diverse. Esiste, invece, un dato allarmante che quasi nessuno ha notato: L’indice dei morti e dispersi sulla rotta del Mediterraneo centrale diretti in Italia a Febbraio 2019, il rapporto, che indica su 1000 imbarcati coloro i quali una volta intrapreso il viaggio verso le nostre coste risultano poi morti o dispersi, risulta essere salito a 568.7 cioè al 57%. Un abominevole mostruosità statistica che  purtroppo evidenzia quanto poco gli italiani di oggi prestano attenzione alla tutela dei diritti umani degli altri.

Cosa interviene ad impedire che le cose vadano diversamente? Iniziamo con un ragionamento che parte da lontano. Accade, infatti, che se alcune forze politiche scelgono di intercettare una condizione di disagio esistente e di costruire il proprio consenso su tale disagio difficilmente tendono ad eliminarne le cause reali, pena la perdita del proprio consenso. ed il migrante il quale di certo non è la causa reale del disagio degli italiani può, purtroppo, ritrovarsi ad assumere la scomoda posizione dell’efficace strumento elettorale.
Ad esempio, quanto porta Salvini ad affermare che il suo consenso potrebbe durare 50 anni se il Partito Democratico dovesse rinnovare la battaglia per lo Ius Soli non è la certezza del perdurare del proprio consenso, ma la consapevolezza delle azioni da lui intraprese per creare il perdurare del disagio economico e sociale necessario a riprodurre il proprio consenso, anche contro lo Ius Soli. Purtroppo quel 57% di migranti morti o dispersi nelle acque del mediterraneo centrale sino a febbraio 2019, dato a cui, ribadisco, è stata prestata ben scarsa attenzione, ne è una triste conferma “solo” indiretta in quanto non rappresenta di certo la soluzione per le paure e le insicurezze dei cittadini italiani generate, invece, più che dalla precaria presenza di stranieri in italia, dalla precarietà delle personali condizioni di vita che attraversano la società italiana, quella stessa precarietà la cui tutela necessita sin troppo spesso l’esclusione dell’altro.

Come siamo in tanti a sapere, ormai, il migrante è accostato alla clandestinità, intesa tra l’altro come “colpa”, e, in maniera ben peggiore, alla delinquenza comune. E’ accostato, quindi, ad alcune delle parole chiave legate ad una percezione di insicurezza delle persone intesa non tanto come paura personale di subire direttamente un crimine quanto come percezione dell’inquietudine riguardante un “eventuale cambiamento” delle condizioni sociali. Un cambiamento in cui, come alcuni studi hanno dimostrato in passato, può essere generato un crimine con conseguente abbandono di uno status di civilizzazione presente. Il migrante quindi è accostato di fatto ed a torto ad una insuperabile condizione di  degrado, derivante invece da errate politiche di gestione del territorio, ed inciviltà.

Ciò che non viene detto alle persone comuni, invece, è che:

a) non esiste un pericolo di invasione esterna da parte di consistenti flussi migratori (già dal 2016 al 2018 si erano ridotti di oltre l’87%),

b) la civilizzazione non è oggi una questione di sviluppo strutturale e tecnologico di una società ma una questione che riguarda l’affermazione ed il rispetto di diritti in essa in quanto portatori di inclusione, solidarietà e quindi di pace sociale.

Se, come dimostra il 52 rapporto annuale del Censis, la società italiana si è ridotta ad essere un semplice ecosistema di attori individuali immersi in un quadro generale formato da individualismi incattiviti per la propria solitaria resistenza alla stagnazione economica e per l’assenza delle prospettive di stabilità futura (il reddito di cittadinanza assieme al costante aumento delle forme contrattuali par time ne è dimostrazione); ogni elemento di novità e diversità rischia di essere considerato, a ragione o torto poco importa, una eventuale causa di rottura di quel già precario equilibrio economico che ancora sostiene tali attori dinanzi all’assenza di una progettualità concreta per il futuro.

L’immigrato, emblematico elemento di novità e diversità,  in tale contesto rappresenta crudelmente solo un anestetico mediaticamente efficace. Fin troppo spesso un capro espiatorio (non troppo diversamente da quanto accadde agli ebrei nel primo periodo fascista) verso cui sviare l’attenzione rispetto all’assenza di risposte concrete da dare alle persone su quanto realmente necessario per superare le difficoltà presenti nel Paese.
Il dramma sociale prodotto con la demonizzazione dell’estraneo a cui assistiamo inizia a mostrare i propri dati. Riguarda non solo quel 34,5 per cento delle famiglie composte da stranieri che riempie il dato generale sull’aumento della povertà assoluta in Italia (dato Istat). C’è anche quel numero rappresentante coloro che per tali politiche subiscono la sottrazione del diritto alla propria esistenza.
Mi riferisco agli ultimi dati sui flussi interessanti il Mediterraneo Centrale. Qualsiasi essere umano si accorgerebbe quanto gli immigrati stiano pagando con la propria vita le politiche del governo in carica tendenti, per generare disattenzione, a lasciar morire poveri inermi. Quel rapporto (da mettere in relazione, tra l’altro, alla diminuzione quantitativa di un flusso passato dagli oltre 181 mila arrivi del 2016 ai soli 23370 del 2018) di 568.7 morti e dispersi ogni 1000 imbarcati (57%) nel 2019 (era del 6,2% a Febbraio 2018) sulla rotta del Mediterraneo Centrale dalla Libia verso l’Italia, oramai divenuto altissimo, non rappresenta altro se non un pugno duro dall’alto costo in termini di vite umane di un governo su di un flusso oramai già ridotto da tempo.

Quindi, se c’è da affermare qualcosa si dica questo: per quei poveri migranti non può esistere tempesta più costante della politica di un governo ostile ai diritti umani. Con l’aggiunta del tratto del tutto inaccettabile che sia la politica di un governo di un Paese “civile” come l’Italia a produre quei morti. Infondo, premesso che non può esistere un livello di tolleranza quantitativo quando si parla di rispetto dei diritti umani, il senso di civiltà che appartiene ad ognuno di noi rende tale dato, oltre che macabro, alieno alla nostra cultura, tanto di più se tale cultura ne ha caratterizzato la crescita e la nostra crescita.

L'Autore

Pasquale De Salve

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