Il Global Compact for Migration non passa – Governo senza una strategia di politica estera

E’ di qualche giorno addietro la notizia che l’Italia non aderisce al Patto mondiale per una migrazione sicura, ordinata e regolare, accordo e negoziato intergovernativo, preparato sotto gli auspici delle Nazioni Unite, che copre tutte le dimensioni della migrazione internazionale in modo olistico e completo (secondo definizione tratta da wikipedia). Lega e Movimento 5 Stelle (la maggioranza parlamentare) si astengono in parlamento in favore della mozione FdI, con il sostegno di Forza Italia, contraria all’adesione al tale accordo il quale si ricorda non essere già formalmente vincolante. Perchè l’Italia perde occasione di aderire ad un patto internazionale che pone le fondamenta per la gestione olistica e completa del problema che sembra attanagliare così tanto le sorti di casa nostra?

Non dovrebbe sorprendere l’astensione delle forze parlamentari leghiste a sostegno di una mozione che dimostra una certa unità d’azione di fondo del centrodestra. Quanto invece risulta evidente dall’astensione anche delle truppe pentastellate è quel malessere profondo che denota la paura per una eventuale “tragica”, per tale movimento, crisi di governo e che produce quell’appiattimento sulle politiche di un centrodestra il quale risulta forse spaiato, ma non realmente diviso.                                                                 A parte la semplificazione delle dinamiche interne alla maggioranza politica, le quali sono evidenti ed innegabili, c’è qualche considerazione da effettuare più in profondità. Il rifiuto del Global Compact for migrations, infatti, pone la riflessione su di un ragionamento globale non solo spaziale, inteso quì come ragionamento sul cortile della propria casa, ma, temporale, ossia all’interno di un arco di medio-lungo periodo sul problema “immigrazione”. E’ chiaro l’indizio di una risposta da parte di casa nostra come; momentanea, forse un po miope, spaventata di certo dal confronto reale con altri attori internazionali, e che non punta a porre le basi di una pace tra Stati. Non punta ad assolvere, quindi, a quella funzione di elemento di mediazione internazionale per cui l’Italia spesso e tradizionalmente è stata accreditata e che dovrebbe sussistere talvolta a prescindere dal susseguirsi delle maggioranze e dei governi. Continua a sussistere invece la considerazione del fenomeno migratorio in se come elemento portatore di diversità insuperabili in un’ottica di convivenza comune tra gli Stati e negli Stati.

Si afferma questo sulla base di due dinamiche evidenti di cui in primis il voto interno; astensione tecnica di una maggioranza parlamentare in favore di una mozione presentata da uno dei gruppi più piccoli della minoranza e, in secondo luogo, la concorrenza in un esito di voto, e di mancata adesione, simile all’interno di alcune significative aree geografiche nel mondo occidentale che subiscono la pressione di alcuni particolari flussi migratori. Si ricordi però che il flussi migratori interessanti l’Italia non hanno più quel carattere emergenziale in termini quantitativi esistente invece qualche anno addietro.

A parte il rifiuto dell’America di Trump, caso specie per identificare l’ipocrisia della logica sovranista (troppo ampio per soffermarsi in quest’articolo), esistono i paesi del Gruppo di  Visegrad, come altri a loro vicini, quasi a formare un cuscinetto, sottoposti alle pressioni dei flussi più comuni della tratta di esseri umani in Europa come ai flussi rimanenti delle guerre in Siria ed al confine ucraino (la quale ricordo essere territorio europeo). Sicuramente non c’è la necessaria percezione di quel clima non economicamente instabile, di distensione e di pace necessario a permettere ai paesi frontalieri (intesi qui come limitrofi a zone interessate da guerre o carestie) di muoversi con fiducia verso l’attuazione di un patto del genere. E’ vero anche, però, che il frutto della pace va coltivato e fatto germogliare prima di essere raccolto. Ed il fine di fondo non dovrebbe essere altro che questo: la pacifica convivenza tra le anime di questo Pianeta. Secondo questa linea di ragionamento l’Italia, assieme al resto dei Paesi su menzionati, perde la possibilità di porsi come fondamentale elemento di distensione nelle controversie internazionali. A quanto pare tale fondamentale elemento sfugge al novero delle intenzioni.

Che cos’è, del resto, il Global Compact? Non è altro che un inizio di regolamentazione su scala globale delle relazioni e dei provvedimenti necessari ad intervenire sul governo del fenomeno migratorio intersecando il dialogo necessario tra stati produttori e stati che subiscono i fenomeni migratori con le esigenze umanitarie prodotte dal fenomeno migrazione, e quindi di tutti coloro che sono costretti a lasciare forzatamente una terra natia in cerca, più che di un’aspettativa di vita migliore, di una speranza di vita legata alle fondamentali necessità di sopravvivenza della propria persona, in un unica operativa rete di collaborazione internazionale. Se si ricorda ancora che le Nazioni Unite, cioè l’organizzazione che ha prodotto il Global Compact for migration, sono l’assise del dialogo tra stati e tra popoli allora risulta facilmente riconoscibile tale strumento come uno strumento di pace il cui rifiuto è un rifiuto stesso alla pace. Vero che in periodi di sovranismo acuto tale strumento appare persino troppo avanti rispetto al mondo in cui è calato, ma è vero anche che chi rifiuta in se lo strumento risulta miope e piccolo dinanzi alle problematiche del mondo con cui si deve necessariamente confrontare.

Tornando per un istante ai fatti italiani, considerata la metodica della votazione che ha portato il nostro paese alla non adesione a tale protocollo (si ribadisce non vincolante formalmente), e cioè un’astensione di una maggioranza in favore di una mozione di un piccolo gruppo nella minoranza parlamentare, minoritario in parlamento come nell’elettorato, è possibile evidenziare (questione ancor più grave) l’assenza di visione necessaria da parte di questo governo per sostenere una vera politica estera con un ragionamento di ampio respiro. Non solo questo, però; c’è la considerazione di un momento elettorale in arrivo come elemento preponderante sopra l’interesse generale dettato dagli affari esteri di un’Italia che pensa come se fosse, senza esserlo, fuori dall’Unione Europea. Prova ne sia quella componente polemica nei confronti dei francesi esistente nel voto di qualche giorno addietro. Ulteriore nota dolente: tutto quanto accade, purtroppo, con buona pace per la buona volontà del Presidente Mattarella il quale, invece, spende le sue parole invitando le future generazioni di oggi a ragionare pensando alle future generazioni di domani.

L'Autore

Pasquale De Salve

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