Tra Israele e Iran: le mosse di Trump in Medio Oriente

Trump in Medio Oriente
Trump in Medio Oriente

La strategia di Trump in Medio Oriente pro Israele e in funzione anti iraniana

Dopo un primo periodo dedicato alla politica interna e ai problemi sollevati dall’indagine del Procuratore Speciale Mueller, il Russiagate, Donald Trump ha infine rivolto la sua attenzione alla politica estera, con importanti risvolti in Estremo e Medio Oriente.

Nelle ultime settimane il Presidente degli Stati Uniti ha preso due decisioni destinate a produrre conseguenze a cascata all’interno dei delicati equilibri che regolano i rapporti politici in Medio Oriente.

Il primo è il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare, stretto con l’Iran e alcuni paesi europei.

Il secondo è lo spostamento dell’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.

L’accordo con l’Iran

L’accordo è stato firmato nell’aprile del 2015 dal moderato Hassan Rouhani, il Presidente dell’Iran ancora in carica e dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, gli Stati Uniti di Barack Obama, la Francia, il Regno Unito, la Russia e la Cina, con in più la Germania e l’UE.

Prevede la chiusura e la riconversione di diversi impianti nucleari iraniani. L’Iran potrà continuare a produrre energia nucleare, ma solo per scopi civili, rallentando di molto la produzione di energia nucleare per fini bellici.

In cambio USA e UE ridurranno sensibilmente le sanzioni imposte all’Iran negli anni precedenti.

Benjamin Netanyahu, il Presidente israeliano, definì l’accordo “pessimo”, in un discorso tenuto al Congresso americano, oggi definisce invece “coraggiosa” la scelta di Trump di abbandonarlo.

Gli altri paesi sottoscrittori dell’accordo hanno dichiarato che continueranno a tenervi fede e il presidente francese Macron si è detto disposto a rinegoziare i termini in favore dell’Iran. Ma la decisione di Trump ha indebolito la posizione del presidente Rouhani, riportando in auge il partito degli ultraconservatori della Guida Spirituale Khamenei.

Khamenei ha dichiarato di non fidarsi dei paesi occidentali e che l’Iran lascerà l’accordo.

Lo spostamento dell’Ambasciata

La seconda mossa di Trump in Medio Oriente è rappresentata dallo spostamento dell’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.

Questo atto riveste un’importanza simbolica, riconosce di fatto Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele ed ha causato proteste tra gli abitanti della Striscia di Gaza, fin dal suo annuncio.

Nessun altro paese occidentale ha la propria ambasciata a Gerusalemme, perché la comunità internazionale non riconosce l’annessione compiuta da Israele nel 1967 della parte est della città, ieri e oggi abitata in larga maggioranza da arabi.

Le manifestazioni degli abitanti della Striscia di Gaza si sono svolte per più di un mese, ogni venerdì, lungo il muro che segna il confine tra lo Stato di Israele e la Striscia. I palestinesi hanno riportato vittime ogni settimana. L’esercito israeliano sostiene di aver sparato per difesa, perché tra i manifestanti c’erano terroristi di Hamas.

Le proteste sono culminate il 14 maggio, la data prevista per l’inaugurazione della nuova ambasciata, fatta coincidere con l’anniversario dei 70 anni della nascita dello Stato di Israele.

L’esercito israeliano ha risposto sparando sui manifestanti e uccidendone 60. Provocando la reazione dell’opinione pubblica internazionale, mentre la Turchia annunciava la cacciata dell’ambasciatore israeliano da Ankara.

Le conseguenze immediate

La strategia di Trump in Medio Oriente è chiaramente orientata a rassicurare Israele dell’appoggio degli Stati Uniti e a chiarirlo al resto del mondo, ma al momento c’è la possibilità che le dirette conseguenze di queste decisioni non vadano nella direzione sperata.

L’ascesa degli ultraconservatori potrebbe portare l’Iran fuori dall’accordo e alla ripresa immediata della produzione di armi nucleari. I rapporti diplomatici intessuti negli ultimi anni con interventi in Yemen, Afghanistan, Iraq, Libano e Siria vedono l’Iran in una posizione di forza, soprattutto in paesi, come la Siria, confinanti con Israele.

La recrudescenza delle proteste nella Striscia di Gaza e la repressione seguita hanno sollevato le critiche della stampa internazionale.

La scontata rielezione di Putin assicura all’Iran un alleato potente almeno quanto quello di Israele.

La guerra tra Iran e Israele

La maggior parte dei commentatori internazionali sostengono che si vada verso un conflitto aperto tra Israele e Iran, uno scontro annunciato e di cui le ultime scelte di Trump in Medio Oriente sarebbero i prodromi.

In uno scontro tra Israele, spalleggiato dall’eterno alleato americano e le milizie sciite di Iran, Libano e Siria, sostenute da Turchia e Russia, come si schiera il mondo sunnita?

Il recente avvicinamento di Trump all’Arabia Saudita e lo scambio di informazioni di intelligence tra questi e Israele, da sempre nemici giurati, farebbero pensare ad un corteggiamento dell’area sunnita. Ma sarà sufficiente? L’Arabia Saudita dello spregiudicato principe Mohammed Bin Salman sarà in grado di convogliare su Israele le forze sunnite?

L'Autore

Valentina Maggiacomo

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