Il contratto tra M5S e Lega, un confronto con la Große Koalition tedesca

Il confronto tra M5S e Lega che tiene banco con alterne vicende tra ottimismo e momenti di stallo oramai ha assorbito la concentrazione dell’opinione pubblica tra proclami sensazionalistici e rassicurazioni. E’ indubbio che il contratto di governo ricercato da pentastellati e leghisti in questi giorni rappresenti una novità (intesa in termini di comunicazione politica) nel panorama politico italiano ma la sua portata, in termini d’importanza, non è tale da essere paragonabile al processo politico messo in moto in Germania che ha portato alla formazione della Große Koalition e da cui i pentastellati hanno tratto l’idea.

Senza addentrare lo sguardo sull’ipotetico programma politico dell’eventuale governo e mentre l’opinione pubblica aspetta l’esito delle trattative possiamo evidenziare gli aspetti in termini di merito e di metodo, che segnano lo scarto tra i due processi di dialogo messi in atto dalle parti politiche considerate in Italia ed in Germania, che, oltre a segnalare la presenza di una dimensione elitaria sul piano decisionale, propongono la considerazione di ciò che accade in Italia in questi giorni nei termini della tipica bolla mediatica. Con ciò non è intenzione affermare che il dialogo in atto non avrà effetti ma che sovradimensionarne la portata sino alla storicità dell’evento è opera di certo eccessiva.

In termini di merito è possibile considerare la differenza dei “contratti” in questione. Un contratto “di governo” non è un contratto “di coalizione”; vero solo se si considera l’esistenza di una coalizione esclusivamente in chiave elettorale. La natura del proporzionalismo, però, insegna che le coalizioni vivono in una dimensione post-elettorale e di governo che è temporalmente successiva alla proposta presentata in funzione del momento elettorale. La prima repubblica è piena di esempi di tal fatta; il pentapartito era una coalizione di governo ma i partiti che lo componevano erano liberi di presentarsi come proposte politiche in maniera indipendente durante le elezioni.

Non è utile dimenticare che le coalizioni, a prescindere dalle formule comunicative e dai momenti elettorali, esistono per produrre maggioranze che generano governi ed attività legislative. Un dato che va evidenziato è che la formulazione comunicativa utilizzata (contratto “di governo” piuttosto che contratto “di coalizione”) sottintende il mantenimento di una distanza tra forze politiche eccessiva rispetto all’aspettativa di un governo di legislatura e dimostra una paura di contagio tra classi politiche che, invece, avrebbero l’onere politico di avviarsi ad una necessaria collaborazione di maggioranza. L’idea, saltata fuori dalla bozza pubblicata sull’Huffington Post, di un eventuale comitato di conciliazione, non considerando per un istante l’anomalia democratica rappresentata dall’eventuale organo extraparlamentare ed extraistituzionale, dimostra, inoltre, la tensione verso una irregimentazione del futuro operato dei gruppi parlamentari la quale, probabilmente, rappresenta un forte segnale di debolezza politica oltre che scarsa fiducia tra gli interlocutori.

Del resto, per delle forze politiche la cui dialettica è stata conflittuale e che si ritrovano di colpo (?) a “voler” fare un governo insieme, dimostrare agli occhi dell’opinione pubblica tale volontà sedendosi insieme ad un tavolo e discutere per imbastire almeno un documento programmatico congiunto è un imperativo di “normalità”. Ed è in tal senso che bisogna considerare l’eventuale contratto tra M5S e Lega: un documento programmatico congiunto stilato da 13 persone e non formalmente vincolante il cui sapore assomiglia, più che al contratto tedesco della Große Koalition, all’operazione mediatica del già conosciuto contratto con gli italiani di berlusconiana memoria, con la differenza che, probabilmente, non sarà presentato a Porta a Porta ma da qualche parte su Facebook o altri canali. Esiste un elemento sostanziale, infatti, ad impedire la realtà formale del “contratto” tra M5S e Lega; non esiste una regolamentazione specifica dei partiti politici e di conseguenza tale contratto non assume valore legale. Tra l’altro, sarebbe, oltre che inopportuno, costituzionalmente di difficile comprensione il vincolare legalmente l’operato di un x rappresentante d’interessi generali, che sia Deputato o Ministro, ad un contratto tra forze politiche.

Ciò a cui, invece, assomiglia l’azione del gruppo ristretto al tavolo di lavoro tra M5S e Lega è la spartizione di ruoli all’interno di un panorama politico e di argomenti utili davanti all’opinione pubblica (o in funzione di una eventuale campagna elettorale in arrivo) più che ad una effettiva collaborazione di governo. Se si considera la presenza nel tavolo italiano di uomini ombra (collaboratori parlamentari e capi della comunicazione) risulta chiaro che l’idea di base è controllare in maniera verticistica le tempistiche della comunicazione politica in funzione di un controllo dei processi istituzionali (o viceversa…) più che mettere in campo uno sforzo sostanziale di due classi politiche che poi in parlamento dovranno collaborare organicamente come maggioranza di governo.

Esiste una questione di metodo che lo evidenzia e sono CDU, CSU ed SPD ad indicarcela. La forza dell’accordo di coalizione in Germania, infatti, risiede nelle dimensioni del processo politico messo in atto e nella natura di tale accordo che è del tutto opposta a ciò che accade dalle nostre parti. Se confrontati, i due “tavoli” evidenziano profonde diversità in termini di numeri. Un tavolo unico di 13 negoziatori tra M5S e Lega rappresenta ben poca cosa se paragonato alle dimensioni della trattativa tra CDU, CSU ed SPD. Lì c’era un tavolo centrale di 15 componenti supportato dal lavoro di negoziazione tematica di ben 18 sottotavoli con 91 negoziatori all’opera (35 SPD, 33 CDU, 23 CSU), quasi 1/4 dell’ipotetica maggioranza di 399 deputati, in cui è stato concordato un documento programmatico poi divenuto contratto firmato dalle parti ed elemento fondamentale non solo del lavoro di un governo ma di un intera maggioranza che si è confrontata a tutti i livelli dirigenziali e di base. L’SPD in particolare ha dovuto sostenere un referendum interno in cui sono stati chiamati ad esprimere il proprio consenso oltre 463 mila iscritti per via della scelta sofferta (poi approvata dal 66% dell’elettorato socialdemocratico) riguardante il dover sostenere l’ennesimo governo di compromesso il cui vero trait d’union della coalizione è risultato poi essere la governabilità di un Paese anche in funzione della tutela della propria parte di Europa Unita.

Da un certo punto di vista osservando la forza sociale dei processi politici attivatisi oltralpe si potrebbe affermare che i tedeschi, a prescindere dall’orientamento politico, sembrano conoscere la natura della democrazia meglio di M5S e Lega i cui processi decisionali risultano elitari e la cui “ratifica” tramite l’ausilio di eventuali gazebo e click ne rappresenterà, per quanto comunicativamente efficace, solo un pallido abbaglio in termini di pratica democratica.

L'Autore

Pasquale De Salve

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