1° maggio, la lotta del dì di festa

1° maggio

Il 1° maggio non è la festa dei lavoratori.
In questo giorno non si celebra chi lavora.
Il 1° maggio si ricorda invece una lotta che ha richiesto sangue e lacrime, una dura contrattazione affrontata e vinta per strappare agli imprenditori una riduzione sull’orario di lavoro.
Il massacro di Haymarket del 1886, a cui la ricorrenza è dedicata, fu solo l’episodio più violento di un conflitto che, per vie alternative, continua ancora oggi.
Ora che lo scenario è radicalmente cambiato e l’era industriale è stata soppiantata da quella digitale, quali saranno i fronti caldi delle nostre primavere future?
In Italia, e nel mondo, perché festeggeremo ancora il 1° maggio?

Lavorare meglio, lavorare meno, lavorare tutti

Abbiamo tutti in mente la reazione di Charlot (il protagonista di Tempi moderni interpretato da Charlie Chaplin) davanti all’ennesimo esperimento per incrementare il profitto ai danni del benessere psico-fisico dell’operaio.
Oggi nelle fabbriche ci sono forse meno bulloni da stringere, ma i limiti umani sono gli stessi di un tempo, anzi è possibile che la soglia di sostenibilità si stia abbassando.
E a nulla servono meccanismi di azionariato del lavoratore nell’impresa: al contrario il prender parte al management, pur se in scala ridotta, aumenta paradossalmente il controllo dall’alto e quindi il carico cui si sottopone la risorsa produttiva.

Il Giappone del dopoguerra, incarnazione dello stacanovismo come sentimento nazionale, quasi una forma di onore, si è trovato costretto a coniare un neologismo, “karoshi”, per indicare le “morti causate dal lavoro eccessivo”. Non deve stupire quindi che proprio in questo paese si tentino esperimenti come quello di Uniqlo che, pur mantenendo costante l’impegno delle 40 ore, ha ridotto le giornate lavorative dei suoi dipendenti da 5 a 4, lasciando così tre giorni pieni per il recupero delle energie.

Di recente anche Perpetual Guardian, una società neozelandese che si occupa della gestione di attività fiduciarie per conto della clientela, ha annunciato la sua volontà di adottare la formula dei quattro giorni. In questo caso però non si tratta di una soluzione sperimentale a un problema sociale come quello delle “karoshi”, ma di una presa di coscienza del fondatore Andrew Barnes: “Vogliamo che le persone diano il meglio di sé quando sono in ufficio, ma anche a casa. È la scelta più naturale” ha dichiarato in un’intervista.

E in Italia?

Buona parte dei datori di lavoro italiani sono tayloristi (o fordisti) più o meno inconsapevoli: credono che se in un giorno si realizzino 10 obiettivi, in cinque giorni di attività se ne portino a termine 50. È vero che il Bel Paese stenta nella produttività rispetto ai maggiori concorrenti internazionali, ma insistere ancora sul rapporto direttamente proporzionale tra questa e l’orario di lavoro è anacronistico, oltre che ingenuo.

Il giurista e consigliere regionale Piergiovanni Alleva guarda al modello del terzo giorno di riposo con ottimismo, anche se prevede nel caso italiano una piccola riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori aderenti all’iniziativa (pari a circa l’8%). Potere d’acquisto che andrebbe però reintegrato mediante sistemi di welfare aziendali, come ad esempio ticket convenzionati con i maggiori poli commerciali della zona interessata. La settimana di 32 ore proposta da Alleva prevede inoltre benefici importanti sul fronte occupazionale: ogni 4 dipendenti si creerà la necessità, ma anche la disponibilità economica (al prezzo di un contributo regionale non irragionevole), per assumere una quinta risorsa.

Perché forse è vero, come disse la ministra Fornero, che “il lavoro non è un diritto”, ma la Costituzione della Repubblica Italiana si basa comunque su di esso.
Quindi, magari, varrà pure qualche venerdì di ferie. E un altro 1° maggio.

Alessio Penna

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Alessio Penna

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